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SARRI-BALL 2.0

Questa sera, a Lione, andrà in scena l’ottavo di finale di Champions League tra Olympique Lyonnais e Juventus. Momento della verità per i tanti interrogativi che noi tutti, da inizio stagione, ci poniamo sulla compagine bianconera. Vedremo infatti se realmente la preparazione è stata calibrata sui mesi cruciali della stagione; vedremo se l’abito lungo un po’ bianco un po’ nero da serata di gala europea vestirà meglio di quello casalingo (come già fatto intravedere nei gironi); vedremo soprattutto se il credo tattico di Maurizio, il ‘Sarri-ball’, tornerà alle origini o continuerà sulla via tattica intrapresa nelle ultime settimane.

Perché uno spostamento di pedine c’è stato. Uno stravolgimento che il tecnico napoletano ha abilmente celato dietro le distinte ufficiali consegnate di domenica in domenica prima della partita. Sarri ha iniziato ad usare il 4-4-2 (modulo che alla Juventus hanno già visto con il tanto vituperato Allegri). Al contrario di quanto detto da molti, infatti, questo non è un 4-3-3 o un 4-3-2-1 come, spesso, ultimamente leggiamo su giornali piuttosto che nelle presentazioni delle partite. È un 4-4-2 vero e proprio. Matuidi (o Rabiot) si allarga, Cuadrado dall’altra parte fa lo stesso, restando quindi un pochino più basso, con Dybala e Ronaldo liberi da compiti difensivi e di svariare a loro piacimento su tutto il fronte offensivo. 4-4- fantasia, lo avrebbero definito qualche anno fa.

Ma l’uomo che permette questo piccolo – enorme stravolgimento tattico è Aaron Ramsey. Sarri lo ha pensato come vero e proprio tutto-campista. A dimostrazione del fatto che i moduli sono, alla fine, semplici numeri, e che basta un piccolo accorgimento nella posizione di un solo uomo nelle due fasi per rivoltarli, la Juventus ha cambiato il modo di difendere e di attaccare proprio grazie al gallese. In fase di possesso si abbassa sulla stessa linea del mediano (Pjanic o Bentancur) per dare uno sbocco qualitatevole alla manovra, per portare la palla in maniera più fluida nella zona incisiva del campo (vero problema della Juve fino ad ora, aggrappata agli assoli di Ronaldo). In fase di non possesso, invece, si alza, nella sua ‘vecchia’ posizione per portare il pressing al costruttore di gioco avversario. In fase di finalizzazione della manovra, infine, la sua fase offensiva rimane del tutto similare a quella che lo vedeva trequartista nel 4-3-1-2 ovvero andare a fare da ‘centroavanti ombra’ per riempire l’area in caso di costruzione di gioco laterale.

“La Juve è dei giocatori e l’errore più grave che potrei fare è farli giocare contro le loro caratteristiche. Questa è la Juve di Sarri diversa dalle altre squadre di Sarri. Si tratta di seguire le caratteristiche dei giocatori. Io sono contento dei giocatori che ho a disposizione, quindi giocheremo un calcio con idee mie, ma senza andare contro certe caratteristiche” la chiosa del tecnico. Il ‘Sarri-ball’ 2.0 .  

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ATALANTASTICA

‘Atalanta sta ad emozione come emozione sta a calcio’. Fosse possibile semplificare la storica serata del 19 febbraio scorso, l’‘equazione emozionale’ (passatemi il termine) sarebbe sicuramente un ottimo metodo. Le emozioni sono, infatti, il succo del calcio, l’essenza stessa del gioco. E questa Atalanta, di emozioni, ne è fucina senza eguali. L’impresa è, certamente, parziale, ma la prestazione orobica ha generato esaltazione (in termini magari anche un pochino esagerati) per la squadra di Gasp che è vicino ad un qualcosa di quasi impronunciabile: i quarti di finale di Champions League.

PARTITA – San Siro. 19 febbraio 2020. Atalanta – Valencia. Primo storico atto nella fase ad eliminazione diretta per l’Atalanta dei miracoli. La Dea si presenta alla scala del calcio da esordiente assoluta a questo punto della competizione e lo fa con il proprio abito, prendendosi la scena, quasi ridondante nel mostrare orgogliosa i frutti del suo lavoro. Gomez e compagni hanno, infatti, espresso tutto il loro menù calcistico. L’antipasto è sicuramente la costruzione dal basso, primo caposaldo del ‘Gasperinismo’. Il gioco deve sempre partire dai 3 difensori centrali, per poi svilupparsi lungo l’asse centrocampista centrale – trequartista ed arrivare a creare l’inserimento degli esterni ed il riempimento dell’area con più giocatori possibili. In questo primo tempo della ‘disfida Valenciana’ di ciò ne ha sicuramente goduto Hateboer, mattatore impronosticabile con due reti. Tal costruzione di gioco, condita e conclusa spesso dal ‘esterno per esterno’ è diventata ormai un must. E la squadra lo compie talmente alla perfezione da, in una cornice come questa, nel palcoscenico europeo più importante, iscrivere il terzino olandese due volte nel tabellino dei marcatori. Non è delirante dire che essa abbia acquisito ormai lo status di giocata consolidata e caratteristica di questo sport, di giocata che tu puoi prevedere e studiare, ma non difendere (un po’ come il rientro sul sinistro di Robben, l’abbassamento di Firmino per lanciare le frecce Salah e Manè piuttosto che il classico uno-due Messi-Suarez). Come primo piatto troviamo la pressione, quasi folle, in ogni zona del campo. In particolar modo, schierandosi il Valencia con un 4-4-2 con evidenti sfoghi di gioco sulle fasce, il centrale laterale, coadiuvato dal centrocampista centrale e dall’esterno devono formare una gabbia sugli esterni spagnoli, in modo da permettere una riconquista veloce della palla nel migliore dei casi, nel peggiore far ricominciare la manovra avversaria dal basso o sporcare le linee di passaggio verso il centro del campo. Il dolce, infine, si sa, è quello che decide la cena, che può lasciare un più o meno bel ricordo. E Gasperini, nel suo menù-pensiero calcistico, propone un dessert di una qualità eccelsa: i singoli. Spesso, guardando alla rosa bergamasca, si compie un errore di sottovalutazione. Sono giocatori che hanno caratteristiche per stare a questi livelli e decidere partite di questa importanza.

L’esultanza di Jans Hateboer dopo il gol al Valencia

Il calcio offre sogni a tutti. Ma i sogni bisogna afferrarli, bisogna crederci. E per crederci devi avere forza dell’ingegno e costanza nell’applicazione nel lavoro quotidiano. Caratteristiche che a Bergamo non mancano. Per cui non svegliate questa Atalanta, sta afferrando il suo sogno.

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ELOGIO A CIRO IL GRANDE

Nasce nella zona sud di Torre Annunziata il 20 febbraio 1990 un piccolo che di nome fa Ciro. Oggi, esattamente 30 anni dopo, è diventato ‘Ciro il Grande’. Sarebbe, al tempo stesso, mistificante e riduttivo limitarsi a descrivere la sua carriera riportando freddi numeri. Ciò che è Ciro Immobile per i suoi tifosi (e per gli amanti del calcio in genere) va oltre il mero dato statistico. Non sarà, tecnicamente parlando, ai vertici del gioco. Ma la sua maglia è sempre la più sudata. E questo, ai tifosi, non dispiace mai. Chi poi apprezza il gioco in tutta la sua essenza non potrà girarsi dall’altra parte di fronte alla qualità che oggi lo caratterizza inimitabilmente e che lo rende uno dei più forti attaccanti sulla scena internazionale: il timing (ovvero la velocità di pensiero collegata ad una coordinazione rapidissima in area di rigore che lo rende spesso letale per le difese avversarie). A questo, evidente, talento naturale vanno aggiunte almeno un altro paio di caratteristiche: ecletticità e professionalità. Immobile è, fuor da ogni dubbio, un professionista esemplare. E proprio questa sua attitudine all’allenamento gli ha permesso di plasmare il suo gioco offensivo su una diversità di armi, che lo rendono difficilmente prevedibile e marcabile dalle difese avversarie. Ciro, infatti, segna (ed ha sempre segnato) in tutti i modi: di destro (prevalentemente), di sinistro (piede che definire debole è un eufemismo), di testa (185 cm che sanno quando e come staccarsi da terra e soprattutto come “far leva” sul malcapitato avversario di turno), da fuori area, sotto porta (legge con grande anticipo le traiettorie della palla), di volée o in penetrazione); infine, per non farsi mancare nulla, è implacabile anche dagli 11 metri (sono veramente pochi i rigori sbagliati in carriera).

Ciro Immobile

Al di là del personaggio, del calciatore c’è poi l’uomo, la persona. E questo lato di Ciro Immobile va ben oltre le sue prestazioni sul rettangolo verde. È sempre disponibile con i tifosi, ben conscio che il dono che madre natura gli ha fatto è un onore ma soprattutto un onere, un privilegio. Non si scorda le sue radici, da dov’è venuto e dov’è arrivato, anche grazie alle persone che lo hanno sempre sostenuto. La semplicità al potere. Diciamo che Ciro Immobile potendo scegliere di essere una superstar, ha invece scelto di essere uno di noi, un semplice e puro amante di questo gioco meraviglioso. Annullando tutte le distanze tra tifoso e campione.

TANTI AUGURI, CIRO!

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Innamorarsi a Dortmund: ERLING BRAUT HAALAND

Sull’Europa centrale si sta abbattendo uno tsunami di goal che porta il nome di Erling Braut Haaland. Il giovane norvegese, come i suoi antenati vichinghi, sta conquistando l’Europa a suon di reti. Dopo la Norvegia e l’Austria, con Salisburgo presto caduta sotto i suoi goal, ora tocca alla Germania, a Dortmund, dove il nome Erling Braut è sulla bocca di tutti.

ERLING BRAUT – Erling Braut è nato a Leeds, nello Yorkshire. O meglio, nello spogliatoio del Leeds UTD. Leggenda vuole, infatti, che il baby prodigio norvegese sia stato concepito tra le maglie dei ‘The Whites’ appese e pronte ad essere indossate. A raccontarlo è un ex compagno di nazionale del padre e oggi opinionista per la televisione norvegese, Jan Åge Fjørtof. Perché sì, Erling Braut è figlio d’arte. Di Alf-Ing Haaland, una vita da mediano (ma anche difensore centrale) spesa tra i campi inglesi e la sua nazionale (è stato anche avversario degli azzurri di Sacchi a USA ’94) e noto al grande pubblico, suo malgrado, per il criminale e volontario fallo subito da Roy Keane, che di fatto chiuse la sua carriera. Il giovane Erling Braut milita nelle giovanili del Bryne ed esordisce in 1.divisjon nel 12 maggio 2016, sostituendo Robert Undheim nella sconfitta per 1-0 sul campo del Randheim. Chiuderà la stagione con 16 presenze e 0 gol, al termine della quale, però, il Molde rende noto il suo tesseramento. Qui inizia la sua scalata. Gol all’esordio in coppa, prima ancora di compiere 17 anni, nel 3-2 in casa del Volda. Preludio alle due stagioni che trascorre in Norvegia, nelle quali mette a segno globalmente 20 gol in 50 presenze. L’Eliteserien inizia a stargli stretta. E non solo per il suo metro e 94, condito da spalle larghe ed una novantina di chili. Il 18 agosto 2018 gli austriaci del Red Bull Salzburg comunicano l’ingaggio di Haaland (che però sarà valido a partire dal 1 gennaio 2019). Entra, così, nell’orbita delle squadre Red Bull, in un contesto dinamico e attento ai giovani, che potrà sicuramente metter in luce le sue enormi potenzialità. Ed Erling Braut non si fa attendere. Altro giro, altra corsa. Altro esordio, altro gol. Il 12 maggio 2019 gioca la sua prima partita da titolare in maglia Salzburg ed a cadere sotto la sua bordata è il LASK Lienz. Scorsa estate, così, quando la sua figura calcistica non era ancora nota né al grande pubblico, né a tanti addetti ai lavori, il suo nome già circolava sui taccuini di tanti dirigenti d’Europa, soprattutto dopo i 9 gol segnati all’Honduras, in una partita del Mondiale Under-20, con la sua Polonia.

Erling Braut Haaland con la maglia del Red Bull Salzburg

HAALAND – 17 settembre 2019. Red Bull Salzburg – Genk. Partita valevole per i gironi della UEFA Champions League. Erling Braut, il giovane norvegese figlio d’arte, diventa per tutti Haaland. Il talento, messo a riposare sotto la coperta Red Bull, ha finito la lievitazione. Realizza 3 goal nei primi 45 minuti di gioco, al debutto nella competizione, ad appena 19 anni, diventando così il secondo giocatore più giovane a metter a referto una tripletta all’esordio nella massima contesa europea (dopo Wayne Rooney). Ma non si ferma qui. Si iscrive al tabellino dei marcatori anche contro Liverpool (marcatura singola) e Napoli (doppietta) divenendo il giocatore ad aver segnato più reti (6) dopo soltanto 3 partite di Champions, superando il primato che apparteneva in precedenza a Didier Drogba (5). Finito? Macchè. Segna ancora contro Napoli e Genk, concludendo il suo personale girone nella massima competizione europea con 8 reti in 6 partite. Non male per un debuttante. Anzi, talmente bene che il 29 dicembre 2019 il Borussia Dortmund paga la clausola da 20 milioni di euro e si aggiudica le sue prestazioni. Un Vichingo in Renania. Sembra l’inizio di una barzelletta. Ma a ridere sono soltanto i giallo-neri, meno le difese costrette ad affrontare il colosso norvegese con l’aria sgraziata, spavalda, da ragazzino, che sa il fatto suo. Il 18 gennaio esordisce in Bundesliga contro l’Augsburg: tripletta in appena 23 minuti nel 5-3 finale. Si ripete nelle due sfide successive, quando, sempre da subentrato realizza due doppiette in appena 25’, prima al Colonia e poi all’Union Berlino. Ed in Champions? Ieri sera Haaland debutta con la sua nuova maglia e realizza la doppietta decisiva nel 2-1 finale al PSG. Prima raccoglie un facile tap-in e poi decide di testare se le reti del Westfalen Stadium sono a norma facendo partire dai 20 metri un missile terra aria che si insacca sotto l’incrocio. Tutto ciò dopo aver corso 60 metri in 6,64. Tempo da ottavo posto all’Olimpiade, così per dire. Ma i record non sono finiti qui: Haaland ha, infatti, raggiunto la doppia cifra di reti (10) in sole 7 partite, nessuno ci era mai riuscito; è diventato il primo teenager (19 anni e 6 mesi) della storia a segnare 10 reti in una sola stagione di Champions League; è il secondo teenager più rapido a toccare la cifra di 10 gol nella massima competizione europea, preceduto da Mbappè, con il quale condivide anche il record per esser riuscito a segnare, sempre da teenager, in Champions League con due maglie diverse.

Haaland esulta con Reyna e Guerreiro dopo il 2-1 appena siglato ai danni del PSG

Ed in tutto questo clamore mediatico, lui che dice? “Mi sto trovando bene in questa competizione, ma non è ancora sufficiente, c’è da fare ancora molto. Gol bellissimo? Non ci ho pensato troppo, mi sono semplicemente goduto il momento. Noi giocatori viviamo per questi momenti. Partita perfetta per noi? No, perché abbiamo subito gol, dobbiamo migliorare anche in questo aspetto”. Umiltà, talento, voglia di fare. Sentiremo parlare a lungo del norvegese nato in spogliatoio. Sentiremo parlare a lungo di Erling Braut Haaland.

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SUFFRAGIA – 24° giornata

Legenda: ogni settimana, al termine della giornata di serie A, verrà stilata una classifica con le ‘pagelle’ giustificate e relativa votazione da 1 a 20 per ogni squadra della nostra massima serie.


SPAL 1 – il cambio al volante tra Leonardo Semplici e Gigi di Biagio non ha sortito gli effetti sperati. La squadra continua a ciondolare verso la Serie B dopo la pesantissima sconfitta in quello che era a tutti gli effetti uno scontro diretto contro il Lecce. Inspiegabile la scelta di tener fuori Strefezza, l’unico in grado, in questo periodo, di saltare l’uomo e creare superiorità numerica. Male la difesa, che soffre fin da principio le scorribande di Falco e Mancosu; bene Petagna, che continua a ‘portare la croce’, dimostrando di non aver già posato la testa sul Napoli: bravo.

CAGLIARI 2 – continua a scivolare la squadra isolana. La striscia senza vittorie in casa rossoblu sale a 10. La Sardegna Arena inizia a rumoreggiare prima ed a contestare poi, subito dopo il triplice fischio. Piove sul bagnato. E la settimana non era certo iniziata nel migliore dei modi con il nuovo infortunio di Pavoletti e le annesse polemiche su voci (infondate) provenienti da screzi di spogliatoio. Le assenze di Rog e Nainggolan si sono sentite, nonostante le buone prove di Ionita e del nuovo arrivato Gaston Pereiro, che ha fatto vedere sprazzi di buona tecnica individuale. Male l’attacco, problema principe da risolvere al più presto per Maran e staff. Sta mancando, in generale, la libertà e la spensieratezza con cui la squadra giocava fino a metà dicembre.

TORINO 3 – qualcosa si è rotto. Neanche un ‘uomo-Toro’ come Longo riesce a tirar fuori dalle sabbie mobili questo Torino, che, ora, si ritrova con soli 5 punti di vantaggio sulla zona-calda. La rosa, profondamente ‘mazzarriana’, non riesce a girare come dovrebbe neanche col nuovo allenatore, che incappa nella seconda sconfitta di fila. Preoccupanti i dati della difesa, una volta tra le migliori del nostro campionato, che prende sistematicamente gol ogni giornata, e di Belotti, a secco da troppe partite. Urge un cambio di marcia.

ROMA 4 – terza sconfitta consecutiva in casa giallorossa. Pesantissima. Contro un’Atalanta che vola a +6 dalla squadra di Fonseca, la quale vede allontanarsi la possibilità di tornare a sentire il ‘The Champions’ anno prossimo. Dopo un primo tempo giocato alla pari, e finito con un errore di Palomino che spalanca la via della rete a Edin Dzeko, nel secondo la Roma non scende in campo ed in 10 minuti lo stesso difensore argentino e Pasalic, entrato da 20’’, la ribaltano. Fonseca non riesce, ancora una volta, a cambiarla con i cambi: entrano Villar e Carles Perez in virtù di Kluivert, migliore in campo, e D. Perotti, con Under che rimane seduto per tutta la partita. Incomprensibile. Oppure messaggio alla società?

SAMPDORIA 5 – sconfitta dal riverbero molto importante in casa blucerchiata. Secondo 5 a 1 subito nel giro di due settimane, stavolta ad opera della Fiorentina (che, prima della partita, era da considerarsi una diretta concorrente per la salvezza). La classifica inizia a far veramente paura: è solo 1, infatti, al momento, il punto di vantaggio sui cugini genoani, terz’ultimi in classifica. Ed i dati sconfortanti non sono certo finiti qui: quello più preoccupante riguarda la difesa, con Colley (prestazione pessima la sua, com’era già accaduto a Roma contro la Lazio; sembra aver perso la bussola) e company che hanno subito 15 gol nelle ultime 5 partite. Troppi. Ranieri deve risolvere al più presto questo problema e per farlo dovrà, per forza di cose, affidarsi al neo-arrivato Yoshida, ancora alle prese con problemi di lingua.

INTER 6 – secondo stop stagionale in campionato per la squadra di Conte. Uno stop duro, severo, ma giusto, visto l’andamento della partita. Lukaku e compagni non sono riusciti a bilanciare la differenza di qualità in mezzo al campo con il surplus di quantità, di ‘garra charrua’ direbbe qualcuno, che ha sempre caratterizzato le squadre di Antonio Conte. Anzi, l’Inter è sembrata scendere in campo fin da subito con un atteggiamento troppo prudente, che nel corso della gara non è riuscita a mutare. Sono mancati coraggio e spavalderia, soprattutto nel momento del bisogno. I singoli e, soprattutto, la difesa hanno deluso. Padelli ha dimostrato, ancora una volta, la sua inadeguatezza: uscita sconsiderata sull’azione che porta al rigore di Immobile e tuffo di una lentezza cosmica sul gol del sorpasso di Sergej Milinkovic-Savic; Skriniar sta facendo fatica, Godin continua nella sua stagione da più no che sì e De Vrij è sembrato appesantito dalla situazione ambientale. E stavolta la ciliegina sulla torta l’ha messa l’insospettabile Antonio Conte: i cambi sono stati tardivi ed inadeguati; sono usciti, infatti, Candreva e Brozovic, forse i due migliori della compagine nerazzurra fino a quel momento, per lasciar posto ad un impalpabile Moses e ad un Eriksen che non ha avuto il tempo di incidere, avendo a disposizione solo 13’. Piccolo campanello d’allarme in casa nerazzurra.

BRESCIA 7 – partita sulla carta proibitiva, sia per il valore dell’avversario, sia per le assenze che hanno colpito la squadra di Diego Lopez alla vigilia del match, Tonali e Torregrossa su tutti. Ci si son messi, dopo appena 10’, pure i giramenti di testa del portiere Alfonso (che già sostituiva l’infortunato titolare Joronen). Al suo posto il terzo portiere Andrenacci, resosi protagonista di un debutto da sogno-incubo. Dulcis in fundo l’espulsione in 195’’ per doppia ammonizione di Ayè. Alla luce di tutto ciò un buon Brescia ha di che sorridere per l’ottima prestazione in casa della capolista Juventus. Diego Lopez, però, deve iniziare a correre perché davanti volano.

BOLOGNA 8 – piccolo passo falso dopo una serie utile che aveva portato i felsinei ad un passo dal treno Europa. Passivo pesante. Non è mai bello subire uno 0-3 in casa, soprattutto contro una squadra, il Genoa, che, seppur in forma, era alla portata. Ad onor del vero, però, le attenuanti ci sono tutte: il rosso a Schouten al 34’ ha tagliato le gambe alla squadra, e quello a Denswil al 89’ ha sancito il rigore che ha permesso a Criscito di arrotondare il punteggio. Sconfitta pesante ma presto dimenticabile.

SASSUOLO 9 – quella col Parma è una sconfitta che fa male per due motivi: innanzitutto, anche se non molto sentito, è un derby; e soprattutto poiché i neroverdi rimangono in quella terra di mezzo che in questa stagione praticamente non esiste. A differenza delle scorse partite, infatti, la squadra di De Zerbi non è riuscita a concretizzare le occasioni avute ed ha pagato la giornata, per così dire, non strabiliante di Berardi, molto nervoso, e Boga. Offrendosi, da contro altare, al micidiale contropiede dei ducali.

UDINESE 10 – passettino verso la salvezza. Anche se la situazione non si può assolutamente definire tranquilla: sono, infatti, soltanto 4 i punti di vantaggio sul terz’ultimo posto occupato dal Genoa. Nella squadra friulana coesistono, in questo momento, una difesa quasi impenetrabile e un attacco che definire sterile è un eufemismo. È, infatti, 1 solo il gol segnato dall’Udinese nelle ultime 4 partite, anche se le occasioni non faticano ad arrivare. Qualora dovesse trovare concretezza sotto porta, la squadra di Gotti non dovrebbe avere troppa difficoltà a salvarsi.

HELLAS 11 – continua a stupire per la sua impressionante solidità mentale e fisica la squadra di Ivan Juric: non stacca mai la spina dalla partita, non si rilassa, non molla niente, non tira mai indietro la gamba. E questi sono i risultati: può sognare. Sognare di avere margine e prospettiva di lottare per l’Europa League. Lo dice la classifica. Lo dicono i numeri: 0 gol subiti in trasferta nel 2020. Lo dice, anche, l’andamento dell’ultima partita, nel corso della quale la chance più grossa è, ancora una volta, capitata sui piedi di Mattia Zaccagni.

MILAN 12 – tutti si attendevano l’effetto Ibra. Ed ecco servito l’effetto Rebic. Il croato decide un’altra partita e sale a quota 6 gol (5 in campionato ed 1 in coppa Italia) nelle ultime 8 partite, da quando Pioli ha deciso di credere in lui. Che sia Ante l’erede di Nocerino? Pioli, in ogni caso, grazie all’apporto psicologico e comportamentale del fenomeno svedese, sembra aver trovato la quadra tecnico-tattica, ed i giocatori, galvanizzati (o impauriti?) da Ibrahimovic sembrano dare e sudare come mai prima d’ora in stagione. Vittoria di misura e sesto posto agganciato. Non è mai troppo tardi per sognare con un … Rebic così.

PARMA 13 – se si cerca sul dizionario la parola ‘Parma’ tra i sinonimi ci sarà sicuramente ‘contropiede’. Ennesima vittoria che porta il nome di d’Aversa. Questo è il suo Parma. Questo è il suo stile di gioco. E pochi giocatori si trovano bene in questo gioco quanto Gervinho. Gervinho che passa da epurato a perdonato in meno di 90’ mettendo nelle tasche di d’Aversa 3 punti dal profumo d’Europa. Ora non può più tirarsi indietro: l’Europa League diventa un obiettivo.

NAPOLI 14 – vittoria importantissima per la classifica e per i giochi europei, quella napoletana arrivata alla Sardegna Arena. Inizia ad emergere il lavoro di Gattuso, che ha, da una parte, inspessito il Napoli, abbassando la squadra di una ventina di metri, e dall’altra dato quella mentalità provinciale adatta a lottare in stagioni nate storte come quella attuale. Fondamentale, poi, l’intuizione di Elmas come elemento da tridente. E, ancora più fondamentale è stato il ritorno di Mertens. Lasciato alle spalle il discorso contratto, con la società partenopea che in questo momento non può guardare al domani, figuriamoci al dopodomani, il belga è tornato ad incidere sulle sorti della squadra. Che sia lui l’arma in più per la volata europea?

FIORENTINA 15 – squadra viola che, dopo 2 partite senza raccogliere alcun punto, ha risposto presente ed ha dato un colpo pesante alla lotta salvezza. Complice un autogol, 2 rigori e 2 espulsioni a danno della Sampdoria, la squadra di Iachini è riuscita a infliggere un sonoro 1 – 5  a quella di Ranieri che vale ben più dei 3 punti guadagnati. Chiesa e Vlahovic hanno iniziato ad ingranare. Il primo sta soltanto confermando lo status di giocatore internazionale che si è guadagnato negli anni; il secondo è una macchina in accelerazione che non sembra volersi fermare e di cui continueremo a parlare per fisico, talento e killer instinct.  

JUVENTUS 16 – risultativamente e numericamente la squadra bianconera può continuare a sorridere. Ma, sul campo, ancora una volta non ha entusiasmato. La prestazione non è stata delle migliori se si considera il fatto che contro aveva la penultima forza del campionato in piena emergenza infortuni, rimasta in 10 dopo appena 40’. Due note positive: Dybala e Chiellini. Prestazione magnificente quella dell’argentino, che, come spesso nell’ultimo periodo, ha deliziato i suoi tifosi con un football che ha pochi eguali in Europa. Il ritorno di Chiellini, poi, potrà sicuramente andare a limare i problemi evidenziati in fase difensiva dalla squadra di Sarri. Una nota negativa: l’infortunio dell’epicentro tecnico della squadra, Miralem Pjanic.

GENOA 17 – vittoria di capitale importanza quella del Grifone sul campo del Bologna. La squadra di Nicola ha improvvisamente iniziato a correre. Merito sicuramente del tecnico, ma anche di un mercato (stranamente) oculato che ha portato in riva al Mar Ligure i pezzi giusti. Soumarò, di nuovo tra i migliori difensori della giornata, a difesa di un impenetrabile Perin. Sanabria e Schone rivitalizzati. Pinamonti ritrovato. Tutto sotto l’egida di Mimmo Criscito, il capitano, che sancisce la vittoria a Bologna con il 6° gol in 17 presenze: non male.

LECCE 18 – quella salentina è una vittoria che messa sul piatto della bilancia vale quella dell’Atalanta o della Lazio. Anche se non si parla di qualificazione alla prossima Champions League o di corsa Scudetto, quello con la Spal era uno scontro diretto. Le insidie erano dietro l’angolo: i ferraresi avevano cambiato allenatore in settimana, situazione che quasi sempre porta ad una scossa di risultati e gioco, e l’entusiasmo per la doppia roboante vittoria con Torino e Napoli poteva creare un po’ di superficialità in casa giallorossa. Liverani, però, ha cancellato la parola ‘superficialità’ dal dizionario. Un dizionario che conosce poche parole, ma buone per arrivare all’obiettivo salvezza. Una di questa è ‘bel gioco’. Strano vedere una squadra che deve salvarsi con un’identità offensiva così ben definita ed efficace. 9 punti nelle ultime 3 giornate. Scatto-salvezza.

ATALANTA 19 – poche parole sul calcio di Gasperini e su quella che, ormai, si è consolidata come quarta forza del nostro campionato. Si pensava ad un’Atalanta distratta dalla Champions, dalla ‘partita della storia’ contro il Valencia; si pensava al turnover; si pensava che la Roma avrebbe potuto riequilibrare un po’ le carte della zona Champions. Si pensava male. Gasperini manda in campo la migliore formazione possibile, vuole assicurarsi la qualificazione alla coppa dalle grandi orecchie ancora prima di dover concludere la competizione di quest’anno. E riesce nel suo intento. Dopo un primo tempo così e così che vede la Roma in vantaggio al termine dei 45 minuti, gli orobici tornano in campo con la consueta cattiveria ed i consueti ritmi forsennati ed in 10’ ribaltano i giallorossi con Palomino e Pasalic. Ora la classifica dice +6 sul quinto posto. A Bergamo possono dormire sogni tranquilli.

LAZIO 20 – vittoria di testa, di cuore e di gioco in uno scontro diretto che può segnare la volata scudetto. La Lazio non può più nascondersi. È in corsa per lo scudetto. E con l’ennesima vittoria, che porta a 19 la striscia senza sconfitte, continua ad aumentare la consapevolezza nei suoi mezzi, costruita minuto dopo minuto durante la stagione. L’ha decisa Milinkovic Savic la partita con l’Inter. Il serbo si è evoluto, è stato lavorato da Simone Inzaghi che ne ha fatto la sua arma strategica in grado con i suoi inserimenti di distruggere le linee difensive avversarie, come ha fatto ieri. Non possono mancare gli elogi per il tecnico piacentino che, anche in questa occasione, ha letto la partita magnificamente: prima ha ordinato a Luiz Felipe e Radu di salire leggermente, in modo da togliere riferimenti ai mezzi dell’Inter che così non riuscivano ad accorciare con i tempi giusti su Milinkovic-Savic e Luis Alberto; poi, quando ha visto che la sua squadra stava soffrendo le scorribande offensive di Young e Candreva vi ha posto rimedio inserendo Lazzari e spostando Marusic, vincendo di fatto la partita a scacchi con Conte. È nata una nuova stella nel firmamento del campionato.

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‘Treno Salvezza’

Sono le 18.27 del 17 febbraio 2020. Il regionale veloce ‘Serie A TIM’, meglio conosciuto come ‘Treno Salvezza’ ha iniziato la sua corsa: si pregano i passeggeri interessati di disporsi lungo il marciapiede per agevolare la salita a bordo. Eccoli, pronti a salire a bordo: Lecce, Sampdoria, Genoa, Brescia e Spal. Nella corsa salvezza più bella ed avvincente degli ultimi anni.

SPAL, 15 punti – da qualche anno non frequentava più i treni regionali. Si era abituata bene. E, ad inizio stagione, nessuno avrebbe pronosticato di rivederla in stazione a questo punto del campionato. In questo momento, ha perso la bussola della situazione: Semplici è stato esonerato dopo 6 anni di fortune su vari treni, che, di anno in anno, avevano portato la Spal fuori da ogni pericolosa stazione, ed al suo posto, ora, siede Di Biagio. Esordio da dimenticare: 2-1 in casa di una diretta concorrente come il Lecce. E’ in tremendo ritardo sulla strada per la stazione, il treno sta per passare o, come sostengono molti, è già passato. C’è bisogno di una corsa folle.

La delusione di Andrea Petagna, attaccante della Spal, per una salvezza sempre più improbabile

BRESCIA, 16 punti – sapeva di dover trascorrere un anno da pendolare. Per questo, agli albori della stagione, si è comprata un bel paio di scarpe nuove: MB45. I chilometri da percorrere sarebbero stati tanti, ma con quelle scarpe si pensava di arrivare in orario, senza ansie e dolori. La fama di quelle scarpe, di marca e molto belle ma col, non secondario, problema di causare vesciche, si è rivelata vera ed ha causato non pochi problemi ad una compagine che rischia seriamente di non riuscire a prenderlo questo treno. Più volte nel corso della stagione si è provato a cambiare laccio, per imbrigliarle meglio: Corini, Grosso, poi ancora Corini ed ora Diego Lopez. il risultato non è cambiato: la squadra continua a deambulare pericolosamente. Si trova qualche metro davanti alla Spal ma non riesce a correre bene ed il tempo stringe.

La delusione dei giocatori del Brescia, invischiati nella lotta salvezza

GENOA, 22 punti – è un pendolare storico. Per lui non esiste altro mezzo che il treno. Racconta agli altri passeggeri di aver goduto, in passato, di tanti oneri: viaggi in prima classe, mezzi privati e, addirittura, regalie durante il trasporto (e, per un ligure come lui, non è cosa da sottovalutare). Porta sul petto un distintivo che testimonia i suoi racconti: da giovane si è seduto vicino ad illustri passeggeri come Juventus, Inter e Milan. Il passato è passato, però. Da qualche anno non riesce più a confermare ciò che, per storia e tradizione, meriterebbe, e si ritrova così sempre a dover prender treni per salvarsi. Questa stagione sembrava esser partita col piede giusto, ogni mattina due baldi giovani di nome Kouamè e Schone gli davano una mano a salire a bordo e se ne prendevano cura durante il tragitto. Il lido di tranquillità, tuttavia, è durato poco: il primo è stato costretto, per problemi fisici, ad alzar bandiera bianca per tutta la stagione, ed il secondo sembra non essere quel meraviglioso giocatore ammirato in tutte le stagioni precedenti con la maglia dei lancieri. Nonostante questi problemi, da qualche settimana l’Anziano rossoblu ha ripreso a correre, galvanizzato da una nuova prescrizione medica che gli ha portato grossi giovamenti a livello fisico e mentale: la cura Nicola. Ha tutti i mezzi e l’esperienza per poter arrivare in tempo all’appuntamento con l’ennesimo treno salvezza.

La delusione dei giocatori del Genoa invischiati nella lotta per non retrocedere

SAMPDORIA, 23 punti – è la cugina più giovane del genovese di cui poco fa abbiamo parlato. Figlia di un genitore un po’ sopra le righe che negli anni passati l’ha abituata ad un tenore di vita un po’ troppo alto e che ora si ritrova in una posizione che non sembra competergli. Già qualche tempo fa le successe una situazione simile e, distratta da sogni europei, si ritrovò ad essere in clamoroso ritardo vedendo il treno per la salvezza sfrecciarle davanti all’ultimo secondo. Lo perse. Quest’anno, memore di quell’esperienza, sta facendo di tutto per non ritrovarsi nella medesima situazione. Ma le vicende societarie del padre non riescono a farle vivere una stagione tranquilla. Ha bisogno di focalizzarsi al più presto sull’obiettivo, di stabilire una tabella di marcia che le permetta di arrivare prima in stazione, per evitare di veder sfrecciare un altro, importantissimo, treno davanti ai suoi occhi.

La delusione dei giocatori della Sampdoria invischiati nella lotta salvezza

LECCE, 26 punti‘bello ma non balla’. Il commento dei passeggeri quando ogni settimana vedono salire questo salentino, un po’ timido, un po’ impacciato sul treno. Treno che, da tanti anni, non lo vedeva tra i suoi passeggeri. Lui, infatti, relegato nelle serie minori, il biglietto non poteva neanche permetterselo. Ora però, a risultato di un’incredibile promozione, è in ballo e dopo un inizio dove la squadra giocava un calcio offensivamente straordinario ma non riusciva a raccogliere punti, da qualche settimana ha trovato anche la via dell’efficacia. Sono 9 i punti nelle ultime 3 partite. Uno scatto poderoso verso quel treno che, solo un anno fa, sembrava utopia. Se continua così può permettersi il lusso di aspettarlo il treno, magari davanti ad un caffè, programmando la prossima stagione.

La delusione dei giocatori del Lecce invischiati nella lotta per non retrocede
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Sogno Collettivo

Alle spalle dei giganti è nata un outsider: la Lazio di Simone Inzaghi. I capitolini completano il loro personale girone senza sconfitte (l’ultimo KO è targato 25 settembre proprio contro l’Inter): 19 incontri. Si prendono secondo posto e miglior difesa del campionato, entrambi a scapito dei milanesi, e si gettano in una sognante rincorsa alla Juventus.

PASSATO – e pensare che il 19 ottobre 2019, alle ore 16 circa la Lazio sembrava vivere una nuova stagione nell’anonimato; Simone Inzaghi sembrava sedere ovunque, tranne che sulla panchina biancoceleste; i giocatori sembravano paghi di quel ciclo che li aveva portati, senza risultati, a sfiorare la Champions per due anni di fila, ma che gli aveva permesso di sollevare un trofeo pochi mesi prima contro l’Atalanta. Orobici che, in quel momento, sono avanti 0-3 all’Olimpico. Come se il destino volesse dar un colpo al cerchio ed uno alla botte: a maggio la Lazio e Simone Inzaghi con la coppa sollevata al cielo di Roma; ad ottobre la Lazio e Simone Inzaghi dividono le loro strade a causa di uno ‘sprofondo bergamasco’.

SCINTILLA – in quei precisi attimi, tuttavia, nello spogliatoio biancoceleste nacque la svolta. La ‘banda Inzaghi’ tornò in campo e (complice un rigore dubbio su Immobile che spianò la strada) da 0-3 rimontò 3-3 in meno di 20 minuti. Cos’è cambiato in 15 minuti? Tutto. Ciò che accadde, ciò che la squadra si disse o quanto e come l’allenatore piacentino urlò non è dato sapersi. Segreto di spogliatoio (alcuni giocatori, tra i quali Sergej Milinkovic-Savic, si sono limitati a dire che Inzaghi non urlò, non si arrabbiò, ma si limitò a dire di credere in loro stessi. Versione soft). Evidente fu, però, la svolta reazionale. Nessuna particolare mossa tattica; nessun innesto tecnico; nessun stravolgimento dell’11 titolare. Solo mentalità. Vincente. Alle 17.00 la Lazio esce dal campo tra gli applausi dell’Olimpico, che fino a 45 minuti prima erano stati sonori fischi, con la consapevolezza di esser forte e di poter guardare avanti più serenamente di quanto fatto fino a quel momento. Quanto serenamente? Lo stabilirono le giornate successive. I Capitolini vincono prima a Firenze, poi contro il Torino in casa e chiudono la settimana da 9 punti stendendo il Milan a San Siro. Eccola, la Lazio dei record: cadono ancora sotto i colpi ’70-90’ (i minuti di tante vittorie Laziali) Lecce, Udinese, Sassuolo, Juventus, Cagliari e ancora Juventus nella finale di Supercoppa Italiana. I Campioni d’Italia messi KO due volte nel giro di 20 giorni e sempre col medesimo punteggio: 3-1. Una bella botta di autostima. L’epifania, poi, si sa, tutte le feste porta via. Quest’anno, però, se ne dimentica una. La Lazio continua a vincere: Brescia, Napoli, Sampdoria. Altri 9 punti.  11 vittorie consecutive: record nella storia del Club. Ma la squadra non si ferma qui: soffre e fatica con Roma e Hellas Verona, portando a casa due pari, ma vince con Spal, Parma e Inter. 19 risultati utili consecutivi. Altro record.

INTER – Ieri sera allo Stadio Olimpico la Lazio ha messo in mostra il bignami tecnico-tattico-mentale della sua stagione; le ragioni ed i motivi che l’hanno portata dove neanche il più ottimista degli addetti ai lavori pensava: a competere con i giganti per lo Scudetto. Andiamo per ordine. Punto uno: il gruppo. Simone Inzaghi ed il suo staff hanno plasmato una famiglia più che uno spogliatoio di una squadra di calcio. Tutti si sentono importanti, tutti si sentono utili e parigrado. Tutti sono capi, parafrasando Romanzo Criminale. Punto due: Simone Inzaghi. ‘Manicale’. E’ il primo aggettivo che viene in mente pensando a lui. Studia l’avversario nei più piccoli particolari per sapere dove e quando potergli far male. E’ così che da una parte sacrifica Caicedo e Leiva: loro hanno il compito interrompere la giocata principe della squadra nerazzurra, la verticalizzazione, e quindi il primo si piazza quasi a uomo su Brozovic ed il secondo da frangi-frutti su tutti i palloni che gravitano nella zona Lautaro-Lukaku; dall’altra alza a turno le mezze-ali, Luis Alberto e Milinkovic-Savic in una sorta di flipper a cui Barella e Vecino non riescono a porre rimedio, accorciando sempre in ritardo. Punto tre: la lettura della partita. Non è un caso, non può più esserlo, che la Lazio vinca le partite negli ultimi 20’ e che spesso ribalti un’iniziale situazione di svantaggio. Nel momento in cui l’Inter di Conte aveva preso le misure agli sfoghi esterni della Lazio, che stavano andando in costante difficoltà sulle scorribande offensive di Young e Candreva, e Caicedo non riusciva più ad accorciare e sporcare la manovra di Brozovic, arrivano i cambi. Lazzari e Correa rilevano Jony e Caicedo. Marusic slitta a sinistra. Da quel momento, con il croato preoccupato dal ciondolare di Correa nella sua zona, e con la museruola messa a Young e Candreva, la Lazio trova subito il vantaggio e lo gestisce abbastanza tranquillamente fino alla fine, permettendoci così di analizzare l’ultimo punto. I singoli. Le individualità della Lazio sono cresciute nella squadra e con la squadra, e, come la squadra, hanno acquisito mentalità. Luis Alberto è il caso più eclatante, ma i vari Caicedo, Lazzari, Luiz Felipe hanno compiuto quel salto mentale che permette a tutta la squadra di giocare con una sicurezza ed una consapevolezza diverse rispetto ad inizio anno.

FUTURO – 14 partite dividono la Lazio dal verdetto: rimanere alle spalle dei giganti o unirsi a loro. Al tempo ed al campo l’ardua sentenza.  

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#SarriBall or #SarriOut?

Il ‘Sarrismo’ non è ancora sbarcato sul pianeta Juve. E, forse, non ci sbarcherà mai. Numerose sono, infatti, già a questo punto della stagione, le voci che vedono e vogliono il tecnico di Napoli lontano da Torino. Il motivo? Sarri era stato preso per portare ciò che, a detta di molti, mancava alla compagine bianconera: il bel gioco e un’identità tattica ben definita e riconoscibile in tutta Europa. Ebbene siamo a metà febbraio ed il mondo bianconero non è assolutamente soddisfatto dell’operato del tecnico e, più di qualcuno, inizia a rimpiangere il tanto vituperato Max Allegri.

NUMERI – La prima Juve di Allegri alla 23° giornata aveva gli stessi punti di quella di Sarri: 54; le vittorie erano 16, contro le 17 attuali, mentre i pareggi 6 contro 3, e le sconfitte, vero dato spartiacque, soltanto 1 a confronto delle 3 della Juve 19/20. I gol segnati sono 44, ben 5 in meno della prima Juve targata Allegri ma il dato più clamoroso riguarda i gol subiti: sono 23 nella stagione attuale, ben 11 in più dei 12 della ‘Banda Max’. Il dato diventa ancor più preoccupante se il raffronto si effettua con la scorsa stagione: i bianconeri lo scorso anno hanno subito 30 gol in tutto il campionato, mentre in questo momento, alla 23° stagionale, ne hanno già subiti 23, soltanto uno in meno della media degli ultimi anni (24). E, dulcis in fundo, i clean sheet della ‘Banda Sarri’ sono solamente 7, mentre l’anno scorso, con le stesse giornate alle spalle, la Juve di Allegri ne aveva totalizzati ben 12 (5 in più).

TATTICAMENTE PARLANDO – Il ‘Sarriball’ lo si è visto a Torino. Almeno sulla carta. Il 24 Agosto, infatti, la prima Juve di Sarri andava in scena allo stadio Ennio Tardini di Parma col più classico dei 4-3-3 dell’allenatore napoletano. Durante la stagione, poi, complici i numerosi e ripetuti infortuni di Douglas Costa e la scarsa condizione, a turno, degli interpreti avanzati (Higuain, Dybala e Ronaldo) il tecnico ha proposto varie soluzioni: dal ‘Digualdo’, il tridente pesante, al trequartista, con Ramsey, Dybala e Bernardeschi che si sono alternati alle spalle delle due punte, per ritornare al 4-3-3 con il rientro dall’infermeria di Douglas Costa (già tornatoci nel match di sabato sera al Bentegodi). Ieri sera, a Milano, nella semifinale di Coppa Italia, l’ultima variante tattica: nella distinta consegnata all’arbitro il modulo era un 4-3-3, con Dybala e Cuadrado ai lati di Ronaldo; nello sviluppo del gioco, però, sia in fase di possesso che di non possesso Cuadrado si abbassava sulla linea dei centrocampisti, Matuidi si allargava e Ramsey e Pjanic piantavano i piedi al centro del campo. 4-4-2, parlando in soldoni. Col passare dei minuti, inoltre, per far rimedio ad un gioco offensivo molto sterile, che non ha impensierito mai (o quasi mai) il Milan, Dybala retrocedeva per creare superiorità numerica sulla trequarti, andando a configurare una sorta di 4-4-1-1.

Tutto inutile, o quasi. Il ‘Sarri-ball’ a Torino è rimasto sulla carta, almeno per il momento. Il gioco, che tanto entusiasmava Napoli e che convinse l’oltremanica a portare il tecnico napoletano sulle sponde del Tamigi, a Torino non lo hanno ancora visto. Ed i risultati non sono quelli che i tifosi bianconeri speravano quando, a maggio, Allegri fu accompagnato all’uscio.

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Arbitro o ‘giurista da campo’?

Stadio Ennio Tardini di Parma. Sul cronometro corre il minuto 91’. Parma e Lazio sono sul risultato di 0-1 a favore degli ospiti. Decide Caicedo, fino a quel momento. Momento in cui il terzino ducale Pezzella mette al centro una palla insidiosa dando via all’ennesimo episodio arbitrale. All’interno dell’area di rigore biancoceleste Acerbi è in marcatura su Cornelius, entrambi sbracciano. L’attaccante prova a prendere posizione e spazio per cercare la rete, il difensore a negarglielo. Ora, è innegabile che nel momento in cui il cross di Pezzella giunge in area di rigore la trattenuta di Acerbi sia evidente, e lo è ben più del movimento di braccia che Cornelius compie per tenerlo lontano e battere a rete. Il direttore di gara, però, a seguito della caduta dell’attaccante ducale, premia il difensore e concede punizione alla compagine capitolina. Perché tale decisione in un caso che sembra così netto ed oggettivo? Proviamo a fare chiarezza.

Per farla bisogna richiamare da una parte il protocollo VAR e dall’altra la giurisprudenza composita dal ‘caso Kjaer-Llorente’ in Napoli – Atalanta della 10° giornata e dal successivo commento in merito del responsabile CAN-A Nicola Rizzoli. Iniziamo dal protocollo: il VAR può intervenire, deve intervenire (aggiungerei), in caso di chiaro ed evidente errore da parte del giudice di gara. A questa regola generale, aggiungiamo ora il precedente giurisprudenziale di Napoli – Atalanta: in quell’occasione ci fu un contatto in area orobica tra Kjaer e Llorente (molto simile a quello Acerbi – Cornelius) sul quale, però, Giacomelli, a differenza di Di Bello, non si espresse, lasciando correre il gioco. Rizzoli, a fine partita, riprese il ‘suo’ arbitro: ‘Errore su Llorente? L’arbitro doveva certamente interrompere il gioco e prendere una decisione’.

Ora abbiamo tutti gli elementi per comprendere meglio la polemica. Possiamo, quindi, provare ad ipotizzare che Di Bello, memore e consapevole delle direttive del suo responsabile, abbia fischiato, prendendo (sicuramente) una decisione troppo frettolosa, che ha giudicato l’intervento del difendente posteriore, anche se di entità nettamente superiore, a quello dell’attaccante, andando così a pregiudicare l’intervento del VAR, non trattandosi di ‘chiaro ed evidente errore’.

Che la figura dell’arbitro stia cambiando e si stia evolvendo è sotto gli occhi di tutti. Ma di questo suo passaggio da mero garante delle regole del giuoco del calcio a ‘giurista da campo’ che, oltre ai giocatori, deve tener conto di una miriade di fonti normative e, come abbiamo visto, giurisprudenziali, ne beneficia realmente il gioco?

Freed From Desire

Freed from desire’ è diventato un rito ormai allo Stadio Olimpico, prima, durante e dopo la partita. E l’ambiente biancoceleste, in totale estasi, sembra quasi essersi prima assuefatto e poi completamente immerso nella canzone. ‘Libera dal desiderio’ la squadra gioca in maniera inconsapevolmente fanciullesca: si divertono, ridono, scherzano, si abbracciano e giocano un ‘dolce calcio novo’, nel quale la coralità della squadra fa cantare le gesta della palla, musa ispiratrice. Liberi dal sogno, appunto. Liberi dalla parola che grava come un macigno sulla stagione di Inter e Juventus. ‘Libera dal desiderio’ la gente laziale sostiene la squadra, ogni giorno, non solo la domenica, come non si vedeva da tempo. Non esistono più correnti di pensiero, frizioni, isolamenti, contestazioni e disertazioni. Non esistono più i 4500 di Lazio – Empoli (prima gara sulla panchina biancoceleste di Simone Inzaghi). Non esistono più gli ‘Irriducibili’. Ora ci sono gli ‘Ultras Lazio’, ci sono i 45.000 (almeno) dell’Olimpico e un intero popolo che fa da scudiero a questa squadra che ne incarna alla perfezione i valori.

LA PARTITA – non è stata la più brillante delle 21 senza sconfitta della Lazio (miglior striscia europea in corso, dopo la sconfitta del Liverpool in casa del Watford). A guardare meglio, è stata una partita dai due volti: un primo tempo iracondo ai limiti del dominio da parte dei biancocelesti; un secondo controllato, non senza patemi. L’osannato ex Mihajlovic, infatti, sceglie, contrariamente a quanto scritto nella distinta, la difesa a tre e Barrow a tutta fascia. Ma in questo momento, contro questa Lazio, schierarsi a specchio è un suicidio sportivo. E così Luis Alberto e Correa prima assaggiano e poi mordono la preda in un tempo giocato offensivamente a ritmi ‘liverpooliani’. Nel secondo, complice una parvenza di stanchezza nei biancocelesti ed i cambi ultra-offensivi di Sinisa, il Bologna passeggia spesso e volentieri, senza grossi impedimenti, nella metà campo laziale trovando due volte la via del gol, sulla quale, però, si erge incontestabile l’ostacolo del VAR.

Si conclude sulle note di GALA una partita strana, un pomeriggio da consegnare alla storia del club, una giornata che riporta la Lazio (complici i rinvii da COVID-19) in testa alla classifica dopo 20 anni. Dove, a questo punto del campionato, non era mai stata nei suoi 120 anni di storia. Dov’è liberamente autorizzata a sognare. Ed in questo idillio ‘Want more and more’, come si legge tra i versi della canzone, diventa quasi un obbligo morale. Unica precauzione? Rimanere ‘Libera dal desiderio’, ‘Freed from Desire’.

Sprofondo Giallorosso

Errori da matita rossa, o meglio ‘giallorossa’, stanno caratterizzando questo inizio di 2020 in casa Roma. Sfido anche il più catastrofista tra i tifosi giallorossi al dire che si sarebbe aspettato una partenza di decennio tale dopo che il 2019 si era chiuso con un mese di dicembre importante, dove erano arrivate: qualificazione ai sedicesimi di Europa League; pareggio in casa dell’allora capolista Inter; roboante e prestigiosa vittoria, per 1-4, sul campo della Fiorentina.

Il ruolino di marcia del 2020 è chiaro: in Campionato 1 vittoria, 1 pareggio e 4 sconfitte; in Coppa Italia 1 vittoria ed 1 sconfitta.

Un’ inaspettata e pericolosa inversione di marcia sul Gran Raccordo Anulare, insomma. Proviamo, quindi, a capire le cause del cambio di rotta della macchina guidata da Fonseca.

Il problema principale sembra essere quello difensivo: 16 gol subiti fin’ora ed una solidità che, nel nuovo anno, sembra essere svanita. Le cause sono da ricercarsi in due circostanze, una di natura tattica e l’altra fisica, che sono l’una la diretta conseguenza dell’altra, e viceversa, e che vanno a creare un circolo vizioso a cui Fonseca non è ancora riuscito a trovare rimedio. La compagine giallorossa si è sempre schierata da inizio anno con una linea difensiva a quattro, con i due centrali, Mancini e Smalling, lasciati spesso e volentieri soli nel uno contro uno, sia per permettere alla squadra un recupero palla alto in fase di non possesso, sia per attaccare con un maggior numero di uomini in fase di possesso, permettendo ai terzini di creare densità e superiorità numerica sulle fasce. Ebbene, qui entra in gioco la scarsa condizione fisica. Smalling e Mancini, in questo momento, non riescono fisicamente (e mentalmente, aggiungerei, visto che, sopratutto l’italiano, sbagliano quasi costantemente scelta e tempismo dell’intervento) a reggere il gioco richiesto dal allenatore portoghese. Di conseguenza l’atteggiamento tattico sopra-citato dovrebbe venire meno. Al contrario, invece, è stato esasperato. I vari terzini provati da Fonseca (Kolarov, Santon, Bruno Peres, Spinazzola e Florenzi) sono in costante proiezione offensiva, andando a configurare un 2-4-3-1 suicida ed al tempo stesso omicida per l’attuale condizione fisica della coppia Smalling – Mancini. Un circolo vizioso, appunto.

A ciò aggiungiamo l’infortunio di Diawara, vero ‘frangifrutti giallorosso’, il cui sostituto, Cristante, è palesemente fuoriforma. Piove sul bagnato.

Se questa è la situazione difensiva della Roma, quella offensiva non se la passa meglio, non è esente da colpe e presenta pressochè le stesse problematiche. Gli infortuni si sono susseguiti per i vari Diego Perotti, Justin Kluivert e Cengiz Under, i quali non sono riusciti ancora a recuperare il 100% della loro condizione fisica. E proprio un infortunio, grave, al ginocchio ha colpito l’epicentro offensivo della squadra: Nicolò Zaniolo. Senza di lui il gioco d’attacco diventa sterile e prevedibile. Con esterni che nei piedi hanno tanti dribbling ma pochi cross e poca propensione all’assistenza, a cui si aggiunge, in questo momento, una scarsa condizione fisica, l’ariete Dzeko perde efficacia e tutta, o quasi, la produzione offensiva deve necessariamente passare dalla mente e dal piede sopraffino di Lorenzo Pellegrini.

Fonseca avrà il suo bel da fare per cambiare rotta a questa macchina che sembra aver perso improvvisamente potenza nel momento, forse, più delicato e meno indicato della stagione.

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