Sogno Collettivo

Alle spalle dei giganti è nata un outsider: la Lazio di Simone Inzaghi. I capitolini completano il loro personale girone senza sconfitte (l’ultimo KO è targato 25 settembre proprio contro l’Inter): 19 incontri. Si prendono secondo posto e miglior difesa del campionato, entrambi a scapito dei milanesi, e si gettano in una sognante rincorsa alla Juventus.

PASSATO – e pensare che il 19 ottobre 2019, alle ore 16 circa la Lazio sembrava vivere una nuova stagione nell’anonimato; Simone Inzaghi sembrava sedere ovunque, tranne che sulla panchina biancoceleste; i giocatori sembravano paghi di quel ciclo che li aveva portati, senza risultati, a sfiorare la Champions per due anni di fila, ma che gli aveva permesso di sollevare un trofeo pochi mesi prima contro l’Atalanta. Orobici che, in quel momento, sono avanti 0-3 all’Olimpico. Come se il destino volesse dar un colpo al cerchio ed uno alla botte: a maggio la Lazio e Simone Inzaghi con la coppa sollevata al cielo di Roma; ad ottobre la Lazio e Simone Inzaghi dividono le loro strade a causa di uno ‘sprofondo bergamasco’.

SCINTILLA – in quei precisi attimi, tuttavia, nello spogliatoio biancoceleste nacque la svolta. La ‘banda Inzaghi’ tornò in campo e (complice un rigore dubbio su Immobile che spianò la strada) da 0-3 rimontò 3-3 in meno di 20 minuti. Cos’è cambiato in 15 minuti? Tutto. Ciò che accadde, ciò che la squadra si disse o quanto e come l’allenatore piacentino urlò non è dato sapersi. Segreto di spogliatoio (alcuni giocatori, tra i quali Sergej Milinkovic-Savic, si sono limitati a dire che Inzaghi non urlò, non si arrabbiò, ma si limitò a dire di credere in loro stessi. Versione soft). Evidente fu, però, la svolta reazionale. Nessuna particolare mossa tattica; nessun innesto tecnico; nessun stravolgimento dell’11 titolare. Solo mentalità. Vincente. Alle 17.00 la Lazio esce dal campo tra gli applausi dell’Olimpico, che fino a 45 minuti prima erano stati sonori fischi, con la consapevolezza di esser forte e di poter guardare avanti più serenamente di quanto fatto fino a quel momento. Quanto serenamente? Lo stabilirono le giornate successive. I Capitolini vincono prima a Firenze, poi contro il Torino in casa e chiudono la settimana da 9 punti stendendo il Milan a San Siro. Eccola, la Lazio dei record: cadono ancora sotto i colpi ’70-90’ (i minuti di tante vittorie Laziali) Lecce, Udinese, Sassuolo, Juventus, Cagliari e ancora Juventus nella finale di Supercoppa Italiana. I Campioni d’Italia messi KO due volte nel giro di 20 giorni e sempre col medesimo punteggio: 3-1. Una bella botta di autostima. L’epifania, poi, si sa, tutte le feste porta via. Quest’anno, però, se ne dimentica una. La Lazio continua a vincere: Brescia, Napoli, Sampdoria. Altri 9 punti.  11 vittorie consecutive: record nella storia del Club. Ma la squadra non si ferma qui: soffre e fatica con Roma e Hellas Verona, portando a casa due pari, ma vince con Spal, Parma e Inter. 19 risultati utili consecutivi. Altro record.

INTER – Ieri sera allo Stadio Olimpico la Lazio ha messo in mostra il bignami tecnico-tattico-mentale della sua stagione; le ragioni ed i motivi che l’hanno portata dove neanche il più ottimista degli addetti ai lavori pensava: a competere con i giganti per lo Scudetto. Andiamo per ordine. Punto uno: il gruppo. Simone Inzaghi ed il suo staff hanno plasmato una famiglia più che uno spogliatoio di una squadra di calcio. Tutti si sentono importanti, tutti si sentono utili e parigrado. Tutti sono capi, parafrasando Romanzo Criminale. Punto due: Simone Inzaghi. ‘Manicale’. E’ il primo aggettivo che viene in mente pensando a lui. Studia l’avversario nei più piccoli particolari per sapere dove e quando potergli far male. E’ così che da una parte sacrifica Caicedo e Leiva: loro hanno il compito interrompere la giocata principe della squadra nerazzurra, la verticalizzazione, e quindi il primo si piazza quasi a uomo su Brozovic ed il secondo da frangi-frutti su tutti i palloni che gravitano nella zona Lautaro-Lukaku; dall’altra alza a turno le mezze-ali, Luis Alberto e Milinkovic-Savic in una sorta di flipper a cui Barella e Vecino non riescono a porre rimedio, accorciando sempre in ritardo. Punto tre: la lettura della partita. Non è un caso, non può più esserlo, che la Lazio vinca le partite negli ultimi 20’ e che spesso ribalti un’iniziale situazione di svantaggio. Nel momento in cui l’Inter di Conte aveva preso le misure agli sfoghi esterni della Lazio, che stavano andando in costante difficoltà sulle scorribande offensive di Young e Candreva, e Caicedo non riusciva più ad accorciare e sporcare la manovra di Brozovic, arrivano i cambi. Lazzari e Correa rilevano Jony e Caicedo. Marusic slitta a sinistra. Da quel momento, con il croato preoccupato dal ciondolare di Correa nella sua zona, e con la museruola messa a Young e Candreva, la Lazio trova subito il vantaggio e lo gestisce abbastanza tranquillamente fino alla fine, permettendoci così di analizzare l’ultimo punto. I singoli. Le individualità della Lazio sono cresciute nella squadra e con la squadra, e, come la squadra, hanno acquisito mentalità. Luis Alberto è il caso più eclatante, ma i vari Caicedo, Lazzari, Luiz Felipe hanno compiuto quel salto mentale che permette a tutta la squadra di giocare con una sicurezza ed una consapevolezza diverse rispetto ad inizio anno.

FUTURO – 14 partite dividono la Lazio dal verdetto: rimanere alle spalle dei giganti o unirsi a loro. Al tempo ed al campo l’ardua sentenza.  

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